Un luogo d’imprinting

In questi giorni ho riflettuto a lungo su quale potesse essere il mio luogo d’imprinting. Ho rievocato nella mente i ricordi confusi dell’infanzia, che sembrano appartenere a un passato ormai lontano, dominato da immagini sfocate e colori indefiniti. Sin da piccola avevo un’immaginazione molto vivace, mi divertivo a mutare la realtà che mi circondava inventando storie e personaggi, ma col tempo realtà e finzione sono diventate un unico caos di suoni, forme e colori. Per esempio, sapevate che sul luogo, dove sorge la mia casa, una volta c’era un antico cimitero romano? E che nel mio giardino si nascondeva la strega di Hansel e Gretel? In questa scatola piena di macchie e di frammenti, però, c’è un luogo che si staglia nitido nella mia mente: il “Vico 12 del Sole”.

Il “Vico 12 del Sole” è uno dei tanti vicoli di Monteroduni (IS), un piccolo borgo molisano, le cui origini sono molto antiche. Il paese è diviso in tre aree: l’antico centro che si sviluppa su una collina; la valle, dove abito, in cui si concentra l’urbanizzazione più recente e che prende il nome di S. Eusanio; infine un’area, che si sviluppa tra le prime due sul fianco sud della collina, ricca di uliveti e pini. Il tutto è circondato dalla catena montuosa del Matese. Monteroduni, nel suo nucleo originario, conserva i tratti tipici dei centri longobardi dell’alto medioevo, cioè quelli di un abitato fortificato, con uno schema urbanistico concentrico. Gli anelli, che ruotano intorno alla parte sommale del colle dove sorgono il Castello e la chiesa, sono collegati tra loro da vicoli, in maggior parte costituiti da gradinate, sulle quali si affacciano le case. Questi sono molto stretti e se in pianta sono appena percepibili, immaginati in sezione, costituiscono dei veri e propri tagli.

Qui risiedono le mie radici e nel vicolo 12 del sole, chiamato così per la sua esposizione a sud, c’era la casa di mia nonna paterna, dove io e la mia famiglia andavamo quasi ogni sabato pomeriggio. Era un punto di ritrovo importante per parenti e amici, dove si trascorreva del tempo insieme, ridendo, raccontando storie e, cosa più importante, mangiando i biscotti e la pizza preparati da mia nonna.

Ogni sabato, dunque, percorrevamo in macchina le strade tortuose che da valle ci portavano ai piedi del vicolo. Pur compiendo lo stesso tragitto ogni settimana, mi piaceva osservare come il paesaggio si trasformasse man mano che ci avvicinavamo al centro storico. Inizialmente non cambiava molto: le case, alcune campagne, qualche albero d’ulivo o qualche pino, ma poi, superata una grande curva, si vedeva all’improvviso la vallata incorniciata tra i monti, i suoi instancabili custodi. Al variare delle stagioni c’era qualche piccolo cambiamento, soprattutto nei colori e mi sembrava di vivere in un tempo infinito e immutabile. Credevo che nulla avrebbe mai potuto turbare la tranquillità di quei luoghi.

Arrivati ai piedi del vicolo, c’erano vari modi per raggiungere casa di mia nonna, ma due erano i miei preferiti. Il primo, il più semplice, era salire le innumerevoli scale fino al portone d’ingresso; il secondo, invece, prevedeva il passaggio per un vecchio edificio abbandonato.

Salendo nel primo modo inizialmente avevo paura, perché la prima parte del vicolo era costituita da case disabitate o occupate in brevi periodi dell’anno. Inoltre non c’era molta luce, per cui con mio fratello salivamo sempre correndo. A volte gareggiavamo per vedere chi arrivava prima al portone e riusciva a suonare il campanello. A metà del vicolo, c’era uno spiazzo, una sorta di piazzetta molto piccola e sulla sinistra l’ingresso a un giardino. Questo era recintato, per cui immaginavo che fosse “Il Giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett, ma la chiave era ormai perduta.

Nel secondo modo, invece, si evitava la parte buia del vicolo e si sbucava direttamente nello spiazzo del giardino segreto. L’edificio in cui ci “intrufolavamo” all’epoca era in disuso. Nel cinquecento era stata la sede episcopale del Vescovo d’Isernia, poi trasformata in caserma ma oggi sono case private.  Al suo interno c’era una corte con un antico pozzo che collegava il vicolo con l’anello stradale esterno. Si entrava dalla fessura di un vecchio portone e dopo aver superato dei gradini molto alti e pericolanti, ci si ritrovava in un mondo in pietra. Le case si sviluppavano su più livelli e c’erano più ingressi ai vari alloggi, costituiti da un groviglio di scale che scendevano fino alla corte interna. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, quando mio padre era piccolo e lì giocava con i suoi fratelli o con i suoi coetanei. Per ritornare sul vicolo attraversavamo quasi in punta di piedi questo luogo, salendo infinite scale. Dopo aver superato un arco, si sbucava in prossimità della piazzetta. La nostra meta era pochi gradini più su.

Ad attenderci, oltre mia nonna, c’erano due sue amiche, Sina e Michelina. La loro era un’amicizia che durava sin dall’infanzia, tanto da considerarsi quasi sorelle. Ricordo che litigavano spesso per il volume del televisore, perché c’era chi ci sentiva ancora e chi no, per cui, in dialetto stretto urlavano molto tra loro. La casa non era bellissima ma la sua caratteristica era la loggia. Da qui si vedeva tutto il vicolo fin giù la valle, oltre le case, oltre i monti, oltre il confine del Molise. Era un posto tranquillo, dove si osservava il tramonto, dove giungevano lontane le voci dalle altre stanze, dove si poteva scorgere il mio giardino segreto e vedere che in realtà era un frutteto con alberi di limone e cachi. Quando poi, giunta la sera, ritornavamo verso la macchina, la notte aveva inghiottito i monti e la valle si era trasformata in un fiume scintillante di luci.

Mia nonna ora non c’è più e quei luoghi immutabili sono oggi diversi da com’erano allora. Di quei giorni mi manca la tranquillità e a volte anche la monotonia, ma era bello essere trasportati in un tempo diverso, quello di mio padre, quello dei miei nonni, in cui gli anni della guerra si alternavano agli anni ’60 e ’70.  Si idealizzava il passato, forse perché non si può provare nostalgia del presente, tuttavia tutto scorre, come diceva Eraclito, per cui non rimane che vivere al meglio il presente.

Annalisa Farano

Schizzo-1
Vista dalla loggia

 

 

Schizzo 2

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